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MARIO PIVA Un "io" sintetico. Un mondo sopravvissuto:
ombre che si ergono simili a totem primitivi. Ecco cosa resta nelle
ultime opere di Mario Piva: figure come segni, o addirittura emblemi.
Arte ermetica, o, più semplicemente, arte essenziale, ridotta
all'osso. Un'arte che aspira a "toccare il punto mas- simo della
sintesi, spogliando la figura del superfluo - come spiega l'autore stesso
- per arrivare all'essenza delle cose e rappresentare i valori dell'esistenza:
la vita, l'amore, la sofferenza, la morte." Uomo e donna, figure
verticali, spigolose, unite -o meglio, 'fuse'- in un Abbraccio; coppie
indissolubili affiancate, quasi un'assimilazione reciproca, nell'attimo
del concepimento, dell'Attesa, dell'offerta del seme della vita. Moduli
slanciati, protesi verso un punto indefinito. E ancora, figure accartocciate,
impenetrabili, sepolte in se stesse. Sfere, linee curve, archi-forme
geometriche che imprigionano la materia fermandola nel suo divenire.
L'immagine fenomenica viene elusa, oltrepassata: resta il segno artistico,
segno di verità, di espressione. Così l'arte di Mario
Piva approda ad un palcoscenico spoglio, ad una "terra desolata":
ma i crittogrammi di quel codice rigoroso recano in sé le tracce
di un'esperienza vitale, racchiudono un significato profondo. Si tratta
un'umanità primordiale oppure di una nuova umanità? |
L'autore ama rappresentare il cavallo - animale- simbolo di agilità, intelligenza, vigore, vita - oppure raffigurare l'uccello in volo, leggero, libero. Ma altrove plasma lo stallone morente, con le zampe all'aria e la criniera scomposta, oppure l'ultimo colpo d'ala del volatile agonizzante. Non c'è contraddizione. a Piva interessano i gesti estremi, espressione di una insopprimibile vitalità. In questi casi l'artista non ritrae la morte, ovvero l'immobilità, l'assenza di moto, ma l'atto del morire. Piva ricerca la tensione, la forza, l'invasione materica. Non c'è stasi neppure nel colossale Cristo crocifisso, alto quattro metri: una scultura imperiosa, che domina sull'osservatore. Bronzo, cotto, rame: materiali 'forti', per dare forma ad un'arte che si afferma; la massa materica è coagulo di energia, capace di sprigionare calore. Ma al tempo stesso è arte dolorosa, scavata, pungente, fragile, ove ai pieni si alternano vuoti silenziosi. Arte che talvolta, suscitando un contrasto di sensazioni, può apparire ostile. Occorre allora scomporla quell'arte, per comprenderne il linguaggio, per dipanare la matassa. Nello studio di Piva sono appese, alle pareti, tele misteriose: vi si riconoscono innumerevoli moduli geometrici, quegli stessi moduli che giustapposti e saldati assieme danno vita alle opere tridimensionali l'anatomia delle creazioni. E' come se fossero svelate le note di una composizione musicale. E la musica, come suggerisce Tommaso Paloscia, offre una chiave convincente per comprendere le creazioni di Piva :"il suo stile si innerva di musicalità". Basterà guardare la sua opera dunque con uno sguardo diverso: arte sofferta, dura, sì. Ma, infine, arte giocosa. Lo rivelano opere leggiadre come i Passi di danza o Giochi d'amore. I moduli geometrici si intrecciano seguendo una melodia impercettibile, come in un balletto: quelle 'figure' svettanti, aeree, oppure pesanti e ripiegate, si muovono assecondando una musicalità inquieta. Come in un balletto, appunto, in una dialettica di movimenti antitetici, di corpi che ora si slanciano, ora si accasciano al suolo. Uno spartito di pause e sonorità, in cui alle note corrispondono quei moduli, essenziali, che costituiscono l'universo dell'artista. E in quel balletto muto, una sorta di danza medievale, ecco rappresentato - in un moto continuo, ciclico - l'avvicendarsi di vita e di morte. Un movimento semplice, ripetitivo, eppure sorprendente. Come l'onda del mare, che avanza e si ritrae sulla battigia. Eleonora Rossi
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