MARIO PIVA

Un "io" sintetico. Un mondo sopravvissuto: ombre che si ergono simili a totem primitivi. Ecco cosa resta nelle ultime opere di Mario Piva: figure come segni, o addirittura emblemi. Arte ermetica, o, più semplicemente, arte essenziale, ridotta all'osso. Un'arte che aspira a "toccare il punto mas- simo della sintesi, spogliando la figura del superfluo - come spiega l'autore stesso - per arrivare all'essenza delle cose e rappresentare i valori dell'esistenza: la vita, l'amore, la sofferenza, la morte." Uomo e donna, figure verticali, spigolose, unite -o meglio, 'fuse'- in un Abbraccio; coppie indissolubili affiancate, quasi un'assimilazione reciproca, nell'attimo del concepimento, dell'Attesa, dell'offerta del seme della vita. Moduli slanciati, protesi verso un punto indefinito. E ancora, figure accartocciate, impenetrabili, sepolte in se stesse. Sfere, linee curve, archi-forme geometriche che imprigionano la materia fermandola nel suo divenire. L'immagine fenomenica viene elusa, oltrepassata: resta il segno artistico, segno di verità, di espressione. Così l'arte di Mario Piva approda ad un palcoscenico spoglio, ad una "terra desolata": ma i crittogrammi di quel codice rigoroso recano in sé le tracce di un'esperienza vitale, racchiudono un significato profondo. Si tratta un'umanità primordiale oppure di una nuova umanità?
Innumerevoli creazioni, assai diverse tra loro, eppure annodate da un medesimo filo, sono allineate nell'atelier di Piva. Esaminandole una ad una, seguendo la guida scrupolosa dell'autore, si illuminano le tracce di un percorso, iniziato trent'anni fa e tuttora in evoluzione. Un cammino dal figurativo al metafisico, attraverso il "tutto tondo" per giungere, infine, allo stile che potremo definire "essenziale", quello in cui l'artista Piva si riconosce. Una sensibile distanza separa le opere figurative dalle ultime creazioni, ad un primo sguardo; tuttavia le sculture sono accomunate da alcuni tratti inconfondibili. Si tratta di quei segni che rivelano la sofferenza, le tracce di un'esistenza tormentata: espressioni evidenti, come nella Paura, che raffigura un volto di donna lacerato dal grido, mentre il busto si scompone in uno scatto repentino; oppure particolari dissimulati da un'apparente pacatezza - è il caso del Padre Pio, ieratico e placido eppure pervaso da uno sguardo inquieto. Eventi significativi della storia contemporanea vengono reinterpretati dalla mano dello scultori: l'espressione accorata di Madre Teresa di Calcutta, con gli occhi stanchi di chi ha scelto di condividere l'angoscia dei poveri, l'urlo muto del Coreano o del Biafrano; la deformità e la ritrosia del Gobbo. Figure attanagliate da una condizione di sofferenza, vittime sacrificali, 'eletti' da un disegno imperscrutabile eppure devoti alla vita. Nell'ultimo stile di Piva l'impressione di una 'condanna' che interessa il vivere si fa centrale, ma viene come sublimata nello spazio dell'arte che innalza e purifica, che libera la materia per celebrarne l'energia. Le opere diventano più frammentarie, mobili, agitate da un incontenibile moto. E' il caso di Fuga, in cui le 'figure' puntute e inafferrabili rappresentano l'instabilità e la forza della passione. "Passione" intesa anche come dolore: basti osservare le stazioni della via Crucis, che vedono l'uomo Cristo accasciato sotto le sferzate del travaglio fisico: è la materia stessa che diviene dolorante, pesante, insostenibile; il legno della croce, nella XII stazione, La morte, si spezza inesorabilmente lasciando cadere a terra il corpo di Gesù. Non c'è pace nell'opera di Piva, non c'è quiete, riposo. Poiché tutto è animato da un irrefrenabile dinamismo.


L'autore ama rappresentare il cavallo - animale- simbolo di agilità, intelligenza, vigore, vita - oppure raffigurare l'uccello in volo, leggero, libero. Ma altrove plasma lo stallone morente, con le zampe all'aria e la criniera scomposta, oppure l'ultimo colpo d'ala del volatile agonizzante. Non c'è contraddizione. a Piva interessano i gesti estremi, espressione di una insopprimibile vitalità. In questi casi l'artista non ritrae la morte, ovvero l'immobilità, l'assenza di moto, ma l'atto del morire. Piva ricerca la tensione, la forza, l'invasione materica. Non c'è stasi neppure nel colossale Cristo crocifisso, alto quattro metri: una scultura imperiosa, che domina sull'osservatore. Bronzo, cotto, rame: materiali 'forti', per dare forma ad un'arte che si afferma; la massa materica è coagulo di energia, capace di sprigionare calore. Ma al tempo stesso è arte dolorosa, scavata, pungente, fragile, ove ai pieni si alternano vuoti silenziosi. Arte che talvolta, suscitando un contrasto di sensazioni, può apparire ostile. Occorre allora scomporla quell'arte, per comprenderne il linguaggio, per dipanare la matassa. Nello studio di Piva sono appese, alle pareti, tele misteriose: vi si riconoscono innumerevoli moduli geometrici, quegli stessi moduli che giustapposti e saldati assieme danno vita alle opere tridimensionali l'anatomia delle creazioni. E' come se fossero svelate le note di una composizione musicale. E la musica, come suggerisce Tommaso Paloscia, offre una chiave convincente per comprendere le creazioni di Piva :"il suo stile si innerva di musicalità". Basterà guardare la sua opera dunque con uno sguardo diverso: arte sofferta, dura, sì. Ma, infine, arte giocosa. Lo rivelano opere leggiadre come i Passi di danza o Giochi d'amore. I moduli geometrici si intrecciano seguendo una melodia impercettibile, come in un balletto: quelle 'figure' svettanti, aeree, oppure pesanti e ripiegate, si muovono assecondando una musicalità inquieta. Come in un balletto, appunto, in una dialettica di movimenti antitetici, di corpi che ora si slanciano, ora si accasciano al suolo. Uno spartito di pause e sonorità, in cui alle note corrispondono quei moduli, essenziali, che costituiscono l'universo dell'artista. E in quel balletto muto, una sorta di danza medievale, ecco rappresentato - in un moto continuo, ciclico - l'avvicendarsi di vita e di morte. Un movimento semplice, ripetitivo, eppure sorprendente. Come l'onda del mare, che avanza e si ritrae sulla battigia.

Eleonora Rossi